Lettere inedite - LONGOBARDINFOTO

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   1° Lettera di Mazzini a Luigi Miceli 14 Aprile 1861
Caro Miceli
L'Opposizione non fa il suo dovere. Non agite compatti; non avete evidentemente nè disegno nè guida. Brofferio col suo eterno presentare mozioni e poi ritirarle, rappresenta una triste parte: converte in giuoco di eloquenza ciò che dovrebbe essere ministero di coscienza. Voi non avete che una parte. Bisognava riunirvi,
Siciliani, Napoletani e pochi altri d'altre parti, intendervi per agire come un sol uomo; disperare della camera e non guardare se non al di fuori; affrontare voti contrari ma dar opinioni al popolo che l'inalterabilità, la coscienza di una fede si trovano in voi. Bisognava parlar alto, dir tutta la verità al Governo e alla
maggioranza, e non pensare al risultato immediato, constatare che l'Italia è in rivoluzione; che gli atti non devono aver altra norma se non quella che meglio e
più rapidamente conduce a compirli, che il paese ha aderito alla Monarchia Sarda unicamente con quella condizione, che il paese non vuole soggezione politica straniera, che vuole si proclami il suo diritto, che vuole Roma, che vuole Venezia, che vuole l'attuazione rapida del programma di Garibaldi, e seno, no. Bisognava dire ai ministri che essi lavorano scientemente o no alla distruzione dell'Unità, a risuscitare i germi delle autonomie locali che la rivoluzione aveva soffocato e sola può soffocare, enumerare i sintomi  pericolosi,
dir loro con rimprovero "Avevate un principio, il popolo, che s'era rivolto a voi con fiducia, avevate un uomo che lo incarnava, e che v'era legato con la parola. Non si trattava per voi che lasciarli fare. Avete voluto emanciparvi dell'uno e dell'altro; avete voluto un'aristocrazia dottrinaria di pochi faccendieri che non avevano mai preveduto, nè inteso nè studiato il grande moto d'Italia, all'aspirazione dell'altro, quello di Parigi. E ora subite le conseguenze tristissime della vostra colpa. Ritraetevi o mutate via, dove no vi pronunciamo rovina. La responsabilità dei guai
che si maturano nel paese sta tutta su voi! Noi non veniamo qui per dirvelo e ve lo diciamo. Sareste stati chiamati all'ordine, disfatti, cacciati se occorre dalla Camera come Manuel dalla
Tribuna di Francia. Ma il popolo al di fuori avrebbe saputo dove trovare i suoi uomini dell'avvenire. Roma e l'armamento della nazione dovevano prestarvi l'occasione. E per questo io avevo ottenuto promessa da voi tutti di raccogliere cento mila firme all'indirizzo. Su questo bisognava non fare un discorso qualunque come fece Macchi, ma stendere una "rimostranza" per Roma e proporla alla Camera. Poi presentare un progetto — e ne avevo scritto a Nicotera per voi tutti — d'armamento fondato su tre categorie, a modo Svizzero, che abbracciassero il paese tutto quanto dai 18 ai 50.
E questo era il tutto. Ricusate le due cose, rimanevate liberi di dar la vostra dimissione, se così vi pareva. Non avete fatto cosa alcuna che abbia dato al paese la misura dei vostri desideri
e del vostro coraggio. Forse vi sarebbe ancora tempo per le rimostranza fondai sulla necessità evidente d'appoggiare solennemente le trattative che Cavour promette. Forse Garibaldi vi
aprirà la via a linguaggio che vi suggerisco, con una mozione sull'armamento Vedete voi. Ma pensate ad ogni modo, che l'opposizione no? Può fare bene se non guardando al di fuori. Dite queste cose agli amici. Avete ora Gibertini, Matina Vischi, ecc. ecc. — Spero che Gibert. avrà avuto da un giovane Botero in l'orino una mia speditagli da gran tempo —Ricordatemi agli altri
e credetemi sempre vostro   Aff.  GIUS. MAZZINI
 2° Lettera di Mazzini a Luigi  Miceli
  Caro Miceli
Eccovi la lettera per Gar. Leggetela, vi prego; serbate silenzio, suggellatela e poi datela. Accennatemi subito ricevuta all'indirizzo: Miss Carter 35 Thurloe Square Old Brompton S.N. London. Giurerei di avervi risposto; ma, sulla moltitudine di cose che ho in collo, potrebbe essere che io m'ingannassi e non avessi eseguito la ferma intenzione in ch'io era. Ho scritto a ogni modo a Crispi a Libert a Musolino ciò ch'io pensava. E pochi giorni fa ho proposto a Gib.  un ultimo tentativo per Roma: una proposta di "rimostranza" parlamentare per la prolungata occupazione. Questa proposta dovrebbe essere presentata con solennità firmata da trenta o da quanti più deputati si possono indurre. L'insistenza sarebbe fondata sulla necessità logica d'appoggiare il Governo nelle sue dichiarazioni tecniche su Roma. Dovreste dire al Governo: O voi siete di buona fede, e dovete esser lieto che il Parlamento lavori con voi e scemi la vostra responsabilità, o nol siete, e avremo la dolorosa consolazione
di smascherarvi più sempre. Libert a cui ho dato le idee per la rimostranza, ve n'ha parlato? — Parlategliene voi, perchè le mie lettere sono per voi tutti. Non pensate al successo. Ma o due proposte o discussioni solenni poi dareste, se occorre la vostra dimissione in massa. Ma il paese saprebbe dove prendere gli uomini suoi nella crisi avvenire. Addio caro Miceli stimate sempre
il vostro  Aff.GIUSEPPE      24 Aprile 1861                        
 3° Lettera di Mazzini a Luigi Miceli
 Caro Miceli
Ebbi la vostra. lo vi stimo una delle più oneste anime che abbiamo e vi amo come ardente costante, devoto patriota. Ma lamento la condotta politica di voi e di parecchi dei vostri amici. Non sono esagerato nè esclusivo, e voi ricorderete tuttavia le discussioni ch'io avevo con Nicotera in Napoli quando egli mi chiamava disertore della Repubblica. Ma io vedevo allora, comandata dall'Italia — una prova da farsi: passarono d'allora a un dipresso, quattro anni, la prova è fatta e io torno all'antica bandiera. Nicotera, voi ed altri persistete nella prova compiuta. Ne ho vero dolore, ma è scritto ch'io non possa mai trovarmi accanto sulle stazioni della via gli antichi amici. V'è un limite a ogni cosa davanti alla Convenzione, al disarmare, alle cento sistemazioni di plebisciti, alla libertà, associazione, stampa ecc. ecc. gli uomini di cuore e di fede non hanno più secondo me che un dovere: staccarsi dal tempio ove si adora lo straniero, chiedere davanti all'Italia perdono agli uomini e a Dio d'essersi illusi, e risollevare la bandiera di un principio, senza badare al successo immediato o a biasimo, o a lode degli affascinati. L'Unità perde ogni giorno vieppiù crediti), amore nelle popolazioni: è necessario che un nucleo di uomini non s'isoli, dica: l'Unità fu tradita, la sua vera bandiera è tra noi, l'Italia si ricopre d'immoralità, è necessario che un nucleo richiami le anime alla schietta adorazione del vero. Quel nucleo non riuscirà forse oggi e sarà maledetto come lo erano i nuclei dei primi Cristiani, ma gioverà senza fallo all'avvenire della Nazione — bisognerà educarla, bisognano grandi educatori. Le tattiche possono condurre talvolta allo scopo, ma non educano: Vedete la Francia liberale delle due Restaurazioni. Oggi si ricopiano quei periodi! Io sento più altamente dei fatti Italiani, e se m'illudo, siamo inutili tutti. Chi mai vorrebbe avere un'Italia serva della corruzione e misera copiatrice dell'altrui passato? — E del resto anche abbassando l'occhio alla tattica, oggi, se v'è ancor modo di condurre la Monarchia p.e. a Venezia, non è che con la minaccia, riducendola a tremare per sè. Ciascuno deve assumersi questa parte: farsi spada di Damocle.  Altri nol fa; lo fo io. Sarò maledetto, ma spingerò innanzi — Ho spesso; nello svolgersi del mio disegno: «Unità Repubblicana» affrontato deliberatamente il suicidio morale, ma credo di non essere stato interamente inutile. Io dunque predicherò d'ora innanzi Repubblica e ordinerò quanti vorranno unirsi a me verso quel fine. — Soltanto, se nell'intervallo sarà possibile l'impresa Veneta, aiuteremo senza riguardo la bandiera. — Addio Miceli; è triste cosa separarci dagli uomini co' quali s'era fratelli in passato. — Rimanga almeno
un pò di affetto individuale tra noi.
Vostro sempre GIUSEPPE MAZZINI   2-1-1865
  4° Lettera  di Mazzini al Luigi Miceli
  Caro Miceli
Discorso e lettera mi trovano grato davvero. Io ho stima e affetto per voi da Napoli in poi. Tanto più mi pesa il disaccordo tra noi. Spero mi conosciate abbastanza per intendere che il mio predicare oggi apertamente Repubblica, non è un settario d'una forma o d'altra, benchè anche le forme abbiano importanza più assai di quello che è ammasso di uomini i quali si atteggiano a profondi e sono più che superficiali. Ho taciuto quando giovava al paese tacere. Ho predicato annessioni quando importava fondare l'Unità materiale d'Italia. Aiuti e guerre monarchiche contro l'opl-quella speranza è svanita anche per voi. Voi non credete che la Monarchia rovesci il Papato, si avventuri in una lotta con nione dei miei più intimi quando viveva ancora la speranza di vedere la Monarchia compier l'Unità territoriale. Ma oggi l'Impero, riconquisti all'Italia il Trentino. Voi non credete riuscirvi neanche se otterreste — e non l'otterrete — un Ministero di sinistra. Voi non credete, mentre dura una condizione di cose provvisorie per tutti, mentre dura la nostra agita-zione, la nostra minaccia, la necessità quindi per la Monarchia di difendersi con un esercito, con una rete d'impiegati, con la corruzione, con lo spionaggio, di porre rimedi alla situazione finanziaria. Che sperate dunque? Sopprimere piccolo abuso conquistare un piccolo provvedimento utile per un'Italia crescente nel disonore, nella soggezione allo straniero
e nello scandalo finanziario? Vorrei saperlo da voi E panni dimenticare la questione morale. L'ideale della vostra mente come della mia era un tempo l'Italia grande, onorata, virtuosa, moralmente educata, degna del popolo, dei suoi martiri, dell'avvenire. Ora non vedete voi l'Italia corrompersi d'anno in anno più sempre diventare scettica, materialista, noncurante di sè o d'altri, sotto l'influenza di una Monarchia che non fu, non è e nè può mai essere nazionale? Non sapete che una rivoluzione nazionale non può sostare tanti anni senza corrompersi? Non sentite che sostar sul disonore su cessioni come quella di Venezia, su battaglie come quella di Lissa e di Custoza è morire moralmente? Non vi dicono dal vostro mezzogiorno che la Unità morale si sfascia, che l'odio sottentra all'amore, la slealtà alla fede, e che se gli autonomisti, i Murattiani avessero più audacia che non hanno, quelle popolazioni seguirebbero un moto capitanato da
essi? lo non v'intendo più non so a che tendiate nè come si concreti in un disegno pratico l'amore che portate all'Italia — Credo che non guardiate seriamente abbastanza alla situazione e che voi tutti vi addormentiate per difetti di energia morale, nell'antica abitudine di aspettare gli eventi, mentre il vostro dovere è di prepararli tanto che riescano il meno violenti possibili. La situazione è questa. Noi camminiamo verso una insurrezione Repubblicana, poco conta se tra sei o diciotto mesi, ma inevitabile. Dalla condotta dei buoni dipenderà il grado di violenza che assumerà. Il più alto servizio che si possa fare all'Italia è quello di prepararla a riconoscere e seguire come direttori naturali del moto un nucleo di uomini noti e capaci. Questi uomini — voi e taluni dei vostri colleghi, devono educar più d'ora il popolo e il partito, che agirà a fiducia illimitata. Ritraendovi da un'arena dove oggi riuscite inutili, separandovi solennemente da una Monarchia condannata, voi renderete quel servizio al paese. Persistendo voi nuocete al paese e perdete voi stessi, cioè l'influenza con la quale potreste giovare. Addio. Voi mi parlate
di dolore, il dolore che io sento nell'anima pensando alla linea di condotta nella quale voi Bertani ed altri amici miei persistete non è certo minore del vostro.  Amico GIUSEPPE
Sto piuttosto meglio da un venti venticinque giorni minacciato sempre non di meno. Vogliate ringraziare per me Michelini del quale ho notato il generoso rifiuto — e Ricci nello interesse manifestato per la mia salute.  II 5 maggio 1867 Voleva, quando presi la penna, scrivervi una linea di ringraziamento. E vedete! Ciò vi provi non foss'altro com'io mi dolga di non avervi con me.
GIUSEPPE GARIBALDI A LUIGI MICELI
Caprera 3o agosto 1880
Mia carissimo Miceli
s'io dovessi pubblicare le mie idee su codesto Governo, vi assicuro: esse altro non sarebbero che una serie di biasimi. E voi, uomo d'onore, e la maggioranza dei nostri colleghi che contano una vita di patriottismo, non potete fare a meno d'essere amareggiati da una situazione veramente deplorevole. Quando noi avemmo
la fortuna di servir il nostro paese — in ossequio all'unificazione patria — noi sacrificammo i convincimenti nostri repubblicani a favore di una monarchia la di cui potente partecipazione del grande ideale dell'unità non possiamo disconoscere, lealmente conseguenti al nostro programma di Marsala, noi affidammo le sorti dell'Italia alla dinastia Sabauda colla sola condizione ch'essa facesse il bene. Or divimi mio caro Miceli, la Monarchia ha fatto il bene del paese? In questi vent'anni noi l'abbiamo veduta sempre in balia di uomini che fecero a gara per umiliarla all'estero e nell'interno! Mi ripugna di dover fare l'enumerazione delle condizioni miserabili di questo povero popolo. L'Italia che io ho la coscienza sia il paese più ricco del mondo, il paese più suscettibile di prosperità d'ogni altro, è il più povero, il più tassato, fuggendo i suoi figli per non morire di fame, la metà delle terre incolte e pestilenziali, in molte delle nostre popolazioni settentrionali il 25% di pellagrosi, cioè di morenti per miseria e pazzia. E intanto va avanti la lista civile gonfia di milioni — la metà della nazione gravitando sull'altra metà — per cui demoralizzazione completa. I Gesuiti cacciati dalla Francia ed accolti in Italia ove i preti, gesuiti tutti, sono strapotenti, godenti di 66 milioni di governativi sussidi, che da soli basterebbero per sanare la pellagra. Vi assicuro, mio caro Miceli, ch'io maledico il giorno in cui accettai il dono nazionale e mi vergogno di pesare anch'io sulle miserie di questo povero popolo. Basta per oggi e sono per la vita vostro
G. GARIBALDI
Noi ci affidammo alla Monarchia chiedendo ad essa non altro che il bene del paese e non lo fece. Or ditemi mio caro Miceli — Credete voi che un popolo intelligente com'è l'Italiano
duri molto tempo al cospetto di una Repubblica che prospera e sotto una monarchia che la rovina?
G. GARIBALDI
Caprera 28 settembre 1880
Mio carissimo Miceli, Grazie della gentile V. del 23. Voi, Cairoli e compagni aveste la sventura di fregarvi in un sacco di carbone, e se non vi lavate presto siete in pericolo di appestarvi.
E che diavolo di bene volete fare con Depretis? Il genio della fallacia e del male. Non ne conoscete la storia ed in questa potete segnalare una briciola di bene, dalla predittatura di Lissa alle fortificazioni di Roma all'illegale introduzione dei gesuiti, ecc. ecc. Da non mai finirla? Circa Canzio: egli non accetterà gradire — nè io lo chiederò per lui. Se voi però — quale amico suo — voleste farlo libero, avreste aggiunto un nuovo titolo alla gratitudine patria. Sempre vostro
GIUSEPPE GARIBALDI
Genova 10 ottobre I880
Mio carissimo Miceli
lo devo tanta gratitudine a voi e a Cairoli — ed ai vostri colleghi che si interessarono alla liberazione di Canzio. Desidero comprendiate non esser io individualmente nemico di nessuno di voi e neppure di Re Umberto, che ad onta dei miei principi contrari alla monarchia, non posso a meno  di stimare per le sue propensioni tante volte manifestate di fare il bene. Io sono naturalmente nemico d'un Governo con-tinuatore delle sventure d'Italia. E' il sistema che abbisogna cambiare: in questo sistema rovinoso, con tutta la volontà di far bene, voi non lo potete mai fare — all'Italia non servono miserie per rilevarla dall'abiezione in cui si trova — non è l'esenzione del quarto del macinato che basti, non la circolare Villa che annunzia esservi dei gesuiti pensionati,
e che continueranno ad esserlo se si secolarizzano, ciò che faranno questi  Pròtei della menzogna — ci vuoi altro. Alle grandi economie dovete attenervi, se volete eseguire i grandi lavori e le grandi riforme indispensabili alla prosperità e grandezza nazionale. Lo Stato ha millequattrocento milioni d'entrate -la metà,  ci vuole per l'interesse del debito pubblico e l'altra metà non vi
basta per l'esercito, la Marina, l'esercito d'impiegati e di preti, spose segrete ecc. ecc. — Io già accennai alle grandi economie — e nella vostra sagacia non credo sia d'uopo ricordarvele. Mi permetterò soltanto di enumeravi alcuni dei maggiori bisogni del paese — i principali dei quali appartengono al vostro dicastero — come la coltura dei milioni di ettari incolti, l'imboschimento delle nostre isole e monti — e il freno alla emigrazione dei nostri contadini che tanto utili sarebbero in patria. Voi dovete rilevare la marina mercantile rovinata da tutti i governi Italiani,
eliminare la imposta sussidiaria, àcciò essa possa sostenere l'invadente invasione straniera. Gli Stati Uniti ricevettero in quest'anno ultimo mezzo milione d'emigrati — tutta gente laboriosa
e si capisce perché  i suoi grani ce li può dare a 16 lire, mentre i grani Italiani ne valgono 20 — dimodocchè anche questa coltura, nel paese di Cerere, dovrà cessare. La Francia si annette
oggi un arcipelago nel Pacifico, lavora a un canale che riunirà l'Atlantico al Mediterraneo, studia una ferrovia che la farà padrone d'un nuovo mondo, e prospera. Noi, i nostri soldi che
potrebbero servire a sollevar la pellagra, li spendiamo alle fortificazioni di Roma, a spaventar il mondo con barricate alle prigioni, movimento di reggimenti e pensioni ai gesuiti.  Duolmi amareggiare l'anima vostra ben nata, ma non cambiando il sistema, io lo combatterò sempre.
Sono per la vita vostro
GIUSEPPE GARIBALDI
Saranchi 24/10/1880
Mio caro Miceli
mi trovo in vista delle pianure del Tamaro,che sarebbero ricchissime se incanalato il fiume,e per tal difetto desolato. Che ricchezza per la patria nostra se voi poteste dar mano a tali spendide mire ! Dal Tevere al Po e da questi ai tanti,che invece fanno la sventura delle popolazioni. Tra poco sarà aperto il Gottardo e Genova ha un pessimo porto. Con dieci milioni annui quel porto sarebbe perfetto in pochi anni.
Sempre aff.mo
  G.Garibaldi
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